Alcune riflessioni sull’esperienza della #OpenBordersCaravan

profughi_sirianiSabato 26 settembre, insieme a tante e tanti provenienti non solo dall’Italia, ma anche dalla Svizzera, Germania, Slovenia e Croazia, abbiamo partecipato alla #OpenBordersCaravan, una carovana europea in sostegno ai migranti che si stanno muovendo lungo la rotta dei Balcani per raggiungere l’Europa, e rivendicare libertà di movimento e apertura di tutte le frontiere.

La carovana ha avuto il suo principale momento organizzativo Sabato mattina, quando circa 200 persone si sono riunite in assemblea al centro sociale Rog di Lubiana, e hanno deciso di partire alla volta di Botovo, un paese al confine tra Croazia e Ungheria. A Botovo, ogni giorno migliaia di migranti provenienti principalmente dalla Siria -dopo aver percorso parte dei Balcani in treno- vengono fatti scendere e costretti a percorrere alcuni chilometri a piedi in mezzo ai boschi fino a Gola, dove si trova un varco fra le recinzioni erette dal governo xenofobo di Orban. Attraverso quel varco, quando e se la polizia Ungherese lo permette, i migranti possono proseguire il loro viaggio verso l’Austria. Il tutto senza alcun tipo di assistenza medica, e in totale assenza di qualsiasi dispositivo di accoglienza umanitaria. Questa situazione è l’esito delle miopi e xenofobe politiche migratorie sostenute dai paesi dell’Unione Europea. I governi della UE, probabilmente per non correre il rischio di perdere consensi, preferiscono adottare pratiche opache e violente nella gestione dei flussi migratori, rifiutandosi di aprire canali ufficiali che permettano il passaggio di coloro che fuggono da guerre e miseria.

Dopo una lunga giornata di viaggio ci lasciamo alle spalle Lubiana, e verso sera arriviamo a Botovo, dove un treno accompagnato da un vento gelido si ferma alla stazione del piccolo paese di frontiera. Un treno carico di migliaia di migranti che -grazie al dispositivo di solidarietà messo in campo dalla #OpenBordersCaravan- possono accedere a cibo, acqua, coperte, vestiti e medicinali che vengono loro distribuiti man mano che si incamminano verso il confine. La sensazione è che nessuno di loro sia a conoscenza della possibile destinazione finale. Molti chiedono di sapere in che luogo si trovano. Altri si limitano a prendere dell’acqua. Senza mai fermarsi. Passo dopo passo, rapidi nella notte, attraversano i boschi verso l’Ungheria. Fra i partecipanti alla carovana emerge una sensazione di impotenza e, allo stesso tempo, il desiderio che l’arrivo di queste persone possa contribuire a trasformare il volto dell’Unione Europea, smantellando odio, razzismo, politiche di austerity e di esclusione.
Ora resta ancora la mano violenta dei governi europei che si ostinano a non praticare delle politiche di accoglienza degne dei cambiamenti strutturali che in questo periodo storico si stanno verificando. Non si tratta solo di negligenza politica, ma di una specifica cultura politica orientata alla disumanizzazione dello “straniero”. I fatti vergognosi successi a Ventimiglia in queste ore testimoniano la volontà di negare che è in atto un processo epocale che costringerà a ripensare radicalmente l’idea di Europa, e lo stesso concetto di cittadinanza. Non saranno gli sgomberi o i muri costruiti dai governi europei razzisti a fermare la lotta per la libertà di movimento. Una la lotta per autodeterminare le nostre vite.

Crediamo che la #OpenBordersCaravan sia stata solamente un primo passo nel lungo cammino che stiamo intraprendendo per costruire un’Europa solidale, smantellando confini, barriere, e politiche d’austerità. Un primo passo che ha messo in evidenza l’urgenza politica e la necessità di organizzare conflitto e pratiche mutualistiche su una scala transnazionale.

Quest’anno 5000 persone sono morte in mare mentre scappavano da povertà e guerra per potersi immaginare un futuro. Perché questo non accada più tutti i confini devono essere violati, tutte le frontiere abbattute.

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