Arcella “città” aperta

arcellacittaapertaSono ormai tanti anni che vivo a Padova, ho cambiato diverse case e da pochi mesi mi sono ritrovato a vivere nella zona adiacente alla stazione. Più precisamente dietro di essa, da dove parte una città nella città: la (per alcuni) famigerata Arcella.

Da molte persone, da molti giornali, da molti politici questo quartiere è stato definito “degradato”, “pericoloso”, “malfamato” nel corso dei miei anni padovani. Nonostante mi sia sempre sembrato tutto assurdo ed esagerato non ho mai verificato in quanto l'Arcella è una di quelle zone in cui capiti solo se ci abiti, o se ci abita qualcuno che conosci e che sei andato a trovare.

In questi pochi mesi in cui mi sono trasferito ne “l'altro lato di Padova” non ho potuto fare a meno di innamorarmene. Un quartiere vivissimo, brulicante di vita, di attività, ad ogni ora del giorno e della notte, una varietà culturale ricchissima ed un' enorme presenza studentesca fanno dell'Arcella il quartiere che esemplifica meglio di tutti gli altri la composizione della realtà metropolitana odierna: meticcia, creativa, precaria e impoverita. Basta farsi un giro al discount di fiducia per capirlo: a farci la spesa sono migranti, studenti, giovani lavoratori, pensionati autoctoni, nuove famiglie, tutti in coda per risparmiare qualcosina.

Questo quartiere che mette insieme una babele di linguaggi, culture, idee, esperienze è quello più vessato dalle forze dell'ordine di ogni tipo; dal semplice vigile fino all'esercito il colore che più risalta su tutti dalla mia finestra è il blu delle loro sirene. È difficile che passi un giorno senza che io veda almeno una decina di questi lampeggianti, e sono state numerosissime in questi mesi le delicatissime operazioni di polizia contro temibili e pericolosissimi kebbabari pakistani, baristi cinesi e ristoratori africani. Numerosissime attività gestite da migranti sono state sottoposte a controlli minuziosissimi che quasi sempre si sono tradotte in veri e propri coprifuoco, degni delle peggiori leggi razziali.

E mentre, tornando a casa ogni sera dal mio lavoro precario, assito a queste scene non faccio a meno di domandarmi “ ma se questi tutori dell'ordine si facessero un giro in tutte quelle attività gestite da italiani che sfruttano giovani studenti con lavori mal pagati e non garantiti quante di esse resterebbero aperte?”. Probabilmente non lo saprò mai così come non saprò mai cosa diranno alle loro famiglie quel manipolo di energumeni armati che una sera hanno atterrato un giovane ragazzo africano, colpevole solo di provare a campare vendendo quello che in molti paesi del mondo è considerato ormai un medicinale, in sette contro uno. Quando, una volta fatto il loro sporco e schifoso dovere, cioè quello di picchiare, maltrattare, insultare un giovane ragazzo nigeriano che è scappato da uno da un paese devastato da guerre civili, odi etnici e rapine delle multinazionali lasciati come in dono dai loro colonizzatori del passato e gestiti dagli sfruttatori del presente, torneranno a casa, andranno dalle loro famiglie, dai loro figli, magari piccoli e alla loro domanda “Come è andato a lavoro Papà?” cosa risponderanno?

Faccio davvero fatica ad immaginarmi una riposta sincera.

 

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