Facce amiche

Ore 16. Basta, devo fare una pausa, voglio una sigaretta e cinque minuti di re lax. Mi alzo da un tavolo su cui sonnecchio da 4 ore, mi butto addosso l'eskimo e nuoto attraverso l'umidità del pomeriggio invernale alla ricerca di un paio di facce amiche che mi facciano pensare ad altro per un po'. E le trovo, come speravo: sono P. e Q., che, come sono soliti fare, sono passati per un caffè proprio a quest'ora.

Quel che è insolito è però la loro compagnia, che ha un'aria un poco meno amichevole: soldati schierati lungo il marciapiede a braccia conserte e gambe larghe, poliziotti che parlano al telefono, totale due camionette e una volante; ancor più strano, nessun altro su quel marciapiede.

Mi squadrano mentre mi avvicino a loro e alle mie facce amiche, ma restano impassibili.

E vabbè, chi sono io per dire che l'esercito non può fare una pausa insieme a noi? Chiedo a Q. l'accendino e comincio a parlare con P. del più e del meno, come va al lavoro, come va lo studio. Siamo presto interrotti da un poliziotto, che ci informa del fatto che un'altra volante sta per arrivare. Non capisco che intenda. Vedo il poliziotto restituire i documenti a P., intimare a Q. di prendere le sue cose e portarlo via. Capisco ancor meno.

Poi mi ricordo: che sciocca, mi ero dimenticata che Q. è Un Immigrato!

Ammetto sollevata che grazie all'eccezionale dispiegamento di Forze dell'Ordine la mia pausa dallo studio è indubbiamente stata resa più sicura. Ma adesso a chi lo chiedo io l'accendino?

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