La conoscete la stroria di Jinn?

Il racconto che segue narra la vicenda che mi è realmente accaduta questo fine settima mentre mi accingevo ad entrare in casa quando una pattuglia dei carabinieri mi affianca a luci spente e senza alcun motivo valido mi intima di mostrare i documenti, ma descrive anche tutto l'insieme di quelle situazioni che ogni giorno colpiscono ogni singola soggetività della città di Padova. Le tinte fosche e la rassegnazione che ne scaturisce rappresentano uno stato d'animo generalizzato di completo abbandono alla realtà esistente. Ed è proprio la rassegnazione delle persone con cui parlo ogni giorno che mi spinge a pensare a quanto questo mondo non sia fatto per essere vissuto, ma al massimo sopravvissuto. La paura del “diverso”, la competizione più sfrenata, i processi di atomizzazione e precarizzazione non solo nel mondo del lavoro ma di ogni ambito della nostra vita vanno combattutti strenuamente: questa realtà va sovvertita, la rassegnazione va demolita!
La lotta continua, giorno dopo giorno, nella riappropriazione di spazi, nell'abbattimento delle barriere, nella pratica di
forme di socialità includente, nell'autodeterminazione della propria vita, nella riappropriazione di reddito.

 

Jinn camminava per la strada, stretto nel suo cappotto per combattere il gelo di quella notte invernale, quando l'umidità sferzata dal vento del nord ghiaccia anche il sangue che scorre nelle vene.
Jinn camminava per le strade vuote e buie lasciate alla desolazione dal clima di terrore e paura instauratosi in città. Il reggente cercava di raccogliere consensi mettendo in atto le più insulse e squallide leggi, moltiplicava i divieti e rendeva semre più lungo il violento braccio della legge che ormai controllava ogni singolo anfratto della città. Ogni fatto di conaca, ogni rumore, ogni a-normalità veniva ingigantita, trasformata ad arte dai mezzi di regime e servita in pasto alla gente che più aveva paura e più ne voleva, affamata da questa come da una droga per sviare dalla realtà del proprio mondo.
Jinn camminava, Jinn camminava e pensava.
Una volte le piazze strabordavano di soggetti in festa, le strade erano invase dai cortei, ogni spazio era vissuto da una socialità bella, viva ed esuberante.
Jinn era vivo, era vivo e sicuro nel mondo che lo circondava.
Jinn era vivo! Il desiderio di riavere tutto questo rendeva  Jinn vivo.
Il problema di Jinn è che camminava da solo in una strada vuota, e quando si è soli si è vulnerabili e puoi essere facile preda delle paure.
Jinn adesso cammina e non pensa più, una macchina gli si accosta. L'arroganza esplode dai finestrini abbassati, un fetore esce dall'auto di pattuglia come di cadaveri in decomposizione ed è questo che sono i due tipi: una divisa con dentro due esseri  marcilenti. Jinn non cammina più, Jinn adesso non pensa più al passato. Jinn vorrebbe solo vomitare, riempire quell'auto con una valanga di parole, da riuscire a fermata la tracotanza di quei due cadaveri. Jinn domanda, Jinn chiede il perchè di tale comprtamento.  Jinn non riceve risposta, Jinn rischia solo di salire in macchiana con loro, di passare la notte in caserma.
Jinn adesso ha paura, ripensa a brutte cose Jinn, cose che sono capitate a persone sole, in strade vuote, in notti buie. Non vuole rogne Jinn. Jinn ha paura.
A testa bassa torna a casa Jinn. Jinn cammina per la strada, stretto nel suo cappotto per combattere il gelo di quella notte invernale, quando l'umidità sferzata dal vento del nord ghiaccia anche il sangue che scorre nelle vene.
Jinn cammina per le strade vuote e buie e ha paura. Adesso anche Jinn ha paura.

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